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Luoghi comuni sui francesi

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Tags: Fascismo | genocidio | Nazismo | razzismo | Seconda Guerra Mondiale | Shoah

"Da quando quel Gobineau ha scritto sulla diseguaglianza delle razze pare che, se qualcuno parla male di un altro popolo, è perché ritiene superiore il proprio. Io non ho pregiudizi. Da quando sono diventato francese (e lo ero già a metà per via di madre) ho capito quanto i miei nuovi compatrioti fossero pigri, truffatori, rancorosi, gelosi, orgogliosi oltre ogni limite al punto di pensare che chi non è francese sia un selvaggio, incapaci di accettare rimproveri. Però ho capito che per indurre un francese a riconoscere una tara della sua genìa basta parlargli male di un altro popolo, come a dire "noi polacchi abbiamo questo o quest'altro difetto" e, poiché non vogliono essere secondi a nessuno, neppure nel male, subito reagiscono con "oh no, qui in Francia siamo peggio" e via a sparlare dei francesi, sino a che non si rendono conto che li hai presi in trappola.

Non amano i loro simili, neppure quando ne traggono vantaggio. Nessuno è maleducato come un taverniere francese, ha l'aria di odiare i clienti (e forse è vero) e di desiderare che non ci siano (ed è falso, perché il francese è avidissimo). Ils grognent toujours. Provate a domandargli qualcosa: sais pas, moi, e protrudrono le labbra come se petassero.

Sono cattivi. Uccidono per noia. E' l'unico popolo che ha tenuto occupati per vari anni i suoi cittadini a tagliarsi reciprocamente la testa, e fortuna che Napoleone ha deviato la loro rabbia su quelli di altra razza, incolonnandoli a distruggere l'Europa.

Sono fieri di avere uno stato che dicono potente ma passano il tempo a cercare di farlo cadere: nessuno come il francese è bravo a far barricate per ogni ragione e a ogni stormire di vento, spesso senza sapere neppure perché, facendosi trascinare per strada dalla peggiore canaglia. Il francese non sa bene che cosa vuole, salvo che sa alla perfezione che non vuole quello che ha. E per dirlo non sa far altro che cantare canzoni.

Credono che tutto il mondo parli francese. E' accaduto qualche decina d'anni fa con quel Lucas, uomo di genio - trentamila documenti autografi falsi, rubando carta antica tagliando i risguardi di vecchi libri alla Bibliothèque Nationale, e imitando le varie calligrafie, anche se non così bene come saprei fare io.... Ne aveva venduti non so quanti a carissimo prezzo a quell'imbecille di Chasles (gran matematico, dicono, e membro dell'Accademia delle Scienze, ma gran coglione). E non solo lui ma molti dei suoi colleghi accademici hanno preso per buono che in francese avessero scritto le loro lettere Caligola, Cleopatra o Giulio Cesare, e in francese si scrivessero l'un l'altro Pascal, Newton e Galileo, quando anche i bambini sanno che i sapienti di quei secoli si scrivessero in latino. I dotti francesi non avevano idea che altri popoli parlassero in modo diverso dal francese. Inoltre le lettere false dicevano che Pascal aveva scoperto la gravitazione universale vent'anni prima di Newton, e questo bastava ad abbacinare quei sorbonardi dalla spocchia nazionale.

Forse l'ignoranza è effetto della loro avarizia - il vizio nazionale, che essi prendono per virtù e chiamano parsimonia. Solo in questo paese si è potuta ideare una intera commedia intorno a un avaro. Per non dire di papà Grandet.

L'avarizia la si vede dai loro appartamenti polverosi, dalla tappezzeria mai rifatta, dalle bagnarole, che risalgono agli antenati, dalle scale a chiocciola in legno malfermo per sfruttare grettamente il poco spazio. Innestate, come si fa con le piante, un francese con un ebreo (magari di origine tedesca) e avrete quello che abbiamo, la Terza Repubblica..."

(Umberto Eco, Il cimitero di Praga, Bompiani, pp. 15-17).

 

Il testo riporta un estratto delle prime pagine del diario di Simone Simonini, il protagonista del romanzo. Per la riflessione, possiamo partire dall'analisi del testo.

  1. I primi tre capoversi esaminano il carattere dei francesi, soffermandosi solo e solamente sui difetti, in particolare sulla superbia (la cosiddetta "grandeur" francese), sulla misantropia e sulla follia omicida.
  2. Il quarto capoverso parla della politica francese: fondatori di uno Stato potente, fautori della Rivoluzione francese, che tutti riconoscono come estremamente liberale rispetto alla monarchia assoluta precedente, Simone Simonini riesce a dimostrare facilmente il contrario, cioè che gli stessi francesi riescono a distruggere quanto loro creano. La follia omicida, da individuale, sembra anche un carattere collettivo francese.
  3. Il quinto capoverso si sofferma sulla lingua francese (era accaduto anche nel brano sui luoghi comuni tedeschi). Sotto accusa non è la difficoltà della lingua, ma la superbia francese che reputa la propria lingua come unica ed eterna. Un carattere che, dalla lingua francese, si estende alla cultura, arrivando a far credere che molte invenzioni e innovazioni sono originate da uomini francesi.
  4. Il sesto e il settimo capoverso riprendono il filo dall'inizio, approfondendo lo sguardo su due difetti, l'ignoranza e l'avarizia (con le conseguenti dimostrazioni).

Possiamo infine rilevare che gli aspetti in comune illustrati nel precedente articolo sui tedeschi si ripetono anche qui:

  • l'esagerazione (in retorica si chiama "iperbole"), in particolare l'esagerazione del negativo.
  • l'unicità del punto di vista: chi parla basa il proprio discorso solo e solamente sulla propria esperienza, o al massimo su quella di suoi simili (parenti o connazionali).
  • la mancanza di fonti. Apparentemente qui vengono citati dei nomi (Lucas, Pascal, Molière - autore della commedia L'avare), ma vengono sminuiti, ridicolizzati: il loro contributo viene del tutto alterato e reso negativo.
  • la pretesa esperienza: ciò che ha vissuto e detto, vive o dice, vivrà o dirà il protagonista deriva solo e solamente dall'esperienza concreta (soggettiva). Niente che vada oltre ciò che è visibile. Non c'è nulla che tocchi l'interiorità, la sensibilità, ciò che va oltre il corpo ed i cinque sensi.

L'invettiva contro i francesi parte dalla frase per eccellenza che i razzisti usano: "Io non ho pregiudizi".

  1. Attribuire ad un popolo solo vizi e difetti non è forse un pregiudizio?
  2. Non è forse un pregiudizio valutare del tutto negativo un popolo (con il suo apporto culturale)?
  3. Non è forse un pregiudizio considerare solo e solamente i difetti?
  4. Non è un pregiudizio escludere convintamente gli aspetti positivi?
  5. Non è infine un pregiudizio credere che il carattere di una persona dipenda dalla sua nazionalità, come se l'essere nato e cresciuto in un luogo abbia impresso in particolare un aspetto nel carattere di ciascuno?

[La citazione del romanzo è riportata nel rispetto delle leggi vigenti sul diritto d'autore (Legge n. 633 del 22 aprile 1941 e succ. mod.).]