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Luoghi comuni sui tedeschi

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Tags: Fascismo | genocidio | Nazismo | razzismo | Seconda Guerra Mondiale | Shoah

"I tedeschi li ho conosciuti, e ho persino lavorato per loro: il più basso livello di umanità concepibile. Un tedesco produce in media il doppio delle feci di un francese. Iperattività della funzione intestinale a scapito di quella cerebrale, che dimostra la loro inferiorità fisiologica. Ai tempi delle invasioni barbariche le orde germaniche costellavano il percorso di ammassi irragionevoli di materia fecale. D'altra parte, anche nei secoli scorsi, un viaggiatore francese capiva subito se aveva già varcato la frontiera alsaziana dall'anormale grandezza degli escrementi abbandonati lungo le strade. E bastasse: è tipica del tedesco la bromidrosi, ossia l'odore disgustoso del sudore, ed è provato che l'orina di un tedesco contiene il venti per cento di azoto mentre quella delle altre razze solo il quindici.

Il tedesco vive in uno stato di perpetuo imbarazzo intestinale dovuto all'eccesso di birra e di quelle salsicce di maiale di cui s'ingozza. Li ho visti una sera, durante il mio unico viaggio a Monaco, in quelle specie di cattedrali sconsacrate, fumose come un porto inglese, puteolenti di sugna e lardo, persino a due a due, lui e lei, le mani strette intorno a quei boccali di birra che disseterebbero da soli una mandria di pachidermi, naso a naso in un bestiale dialogo amoroso, come due cani che si annusano, con le loro risate fragorose e sgraziate, la loro torbida ilarità gutturale, translucidi di un grasso perenne che ne unge i visi e le membra come l'olio sulla pelle degli atleti da circo antico. 

Si riempiono la bocca del loro Geist, che vuole dire spirito, ma è lo spirito della cervogia, che istupidisce sin da giovani, e spiega perché oltre il Reno non si sia mai prodotto niente d'interessante nell'arte, salvo alcuni quadri con ceffi ributtanti, e poemi di una noia mortale. Per non dire della loro musica: non parlo di quel Wagner fracassone e funerario che oggi rincoglionisce anche i francesi ma, per quel poco che ne ho udito, le composizioni del loro Bach sono totalmente prive di armonia, fredde come una notte d'inverno, e le sinfonie di quel Beethoven sono un'orgia di sguaiataggine.

L'abuso di birra li rende incapaci di avere la minima idea della loro volgarità, ma il superlativo di questa volgarità è che non si vergognano di essere tedeschi. Hanno preso sul serio un monaco ghiottone e lussurioso come Lutero (si può sposare una monaca?), solo perché hanno rovinato la Bibbia traducendola nella loro lingua. Chi ha detto che hanno abusato dei due grandi narcotici europei, l'alcool e il cristianesimo?

Si ritengono profondi perché la loro lingua è vaga, non ha la chiarezza di quella francese, e non dice mai esattamente quel che dovrebbe, così che nessun tedesco sa mai quello che voleva dire - e scambia questa incertezza per profondità. Con i tedeschi è come con le donne, non si arriva mai al ondo. Malauguratamente questa lingua inespressiva, con i verbi che, leggendo, devi cercare ansiosamente con gli occhi, perché non stanno mai dove dovrebbero essere, il nonno mi ha obbligato ad apprenderla da ragazzo - né c'è da stupirsi, austriacante com'era. E così questa lingua l'ho odiata, tanto quanto il gesuita che veniva a insegnarmela a colpi di bacchetta sulle dita."

(Umberto Eco, Il cimitero di Praga, Bompiani, 2010, pp. 12-15).

 

Il testo riporta un estratto delle prime pagine del diario di Simone Simonini, il protagonista del romanzo. Per la riflessione, possiamo partire dall'analisi del testo.

  1. Il primo capoverso esamina l'aspetto fisico dei tedeschi soffermandosi su tre caratteri disgustosi: l'enorme produzione di feci, il cattivo odore dell'urina e quello del sudore. Si direbbe che è il caso di stare lontani da loro per evitare di insozzarsi!
  2. Il secondo capoverso spiega la causa del primo: il loro cattivo odore ed imbarazzo intestinale è dovuto alla cattiva alimentazione, basata su due pilastri: maiale e birra. Il richiamo di quel particolare animale e dello stato di ebbrezza a cui porta la birra porta "naturalmente" alle estreme conseguenze, cioè a comportamenti immorali e promiscui, allo stato animalesco e primitivo. 
  3. Il terzo capoverso si sofferma sulla cultura tedesca: apparentemente alta e spirituale, in realtà è impregnata di birra e poco significativa. In poche righe, sono demolite la filosofia tedesca (si ricordi che il romanzo è ambientato a fine Ottocento, e la filosofia tedesca dell'Ottocento è davvero eccezionale), l'arte e la musica. La citazione di alcuni nomi (imbevuti di luoghi comuni) contribuisce a tinteggiare il quadro come desiderato.
  4. Nel quarto capoverso non viene abbandonato il luogo comune della birra: lo stato di ebbrezza infatti fa credere ai tedeschi di aver raggiunto una identità tanto forte da poter diventare autonomi in molti aspetti (quello religioso e quello linguistico ne sono due esempi illustri); una identità tanto forte da poter consentire l'esportazione della loro cultura fuori dai propri confini.
  5. Infine, il quinto capoverso affronta l'argomento della lingua tedesca, ritenuta ostica perché l'esperienza personale di chi sta parlando è stata negativa. Eppure tale esperienza soggettiva viene elevata ad un livello oggettivo.

Possiamo infine rilevare alcuni aspetti in comune tra i cinque capoversi:

  • l'esagerazione (in retorica si chiama "iperbole"). Se si vuole convincere qualcuno della bontà o malvagità di qualcuno o qualcosa, basta esagerare. Esempi: "ammassi irragionevoli di materia fecale"; "anormale grandezza degli escrementi"; "quei boccali di birra che disseterebbero da soli una mandria di pachidermi"; ecc.
  • l'unicità del punto di vista: chi parla basa il proprio discorso solo e solamente sulla propria esperienza, o al massimo su quella di suoi simili (parenti o connazionali). Anche la stessa esperienza personale viene distorta verso un'interpretazione finalizzata a dimostrare il proprio discorso, senza offrire possibilità o soluzioni alternative. "li ho conosciuti, e ho persino lavorato per loro"; "Li ho visti una sera" (esperienza personale vissuta una sola volta, ma sufficiente a confermare un'ipotesi soggettiva); "questa lingua l'ho odiata... tanto quanto il gesuita che veniva ad insegnarmela..."
  • l'assenza di ricerca: le teorie esposte rimangono teorie, senza bisogno di cercarne le radici, le prove, le dimostrazioni, qualcosa che dia suffragio alle proprie opinioni. Il primo capoverso è infarcito di presunti dati scientifici sulle feci tedesche: ma non si troverà nessun articolo specialistico nello scibile umano. "Il mio unico viaggio a Monaco" diventa la fonte certa di tesi inaffondabili. D'altronde, quale ricercatore si metterebbe a misurare la quantità di feci di due persone di nazionalità diverse? 
  • la mancanza di fonti: le affermazioni, apparentemente scientifiche, non citano nessuna fonte attendibile. La filosofia antica si fondava sempre sulla parola di un altro filosofo più illustre (generalmente, Aristotele). Qualsiasi filosofia moderna fa lo stesso, come qualsiasi arte, anche quella più innovativa, muove dalle premesse poste da qualcuno. Qui non c'è uno straccio di apertura alla discussione: il proprio punto di vista diventa l'unica prospettiva.
  • la pretesa esperienza: ciò che ha vissuto e detto, vive o dice, vivrà o dirà il protagonista deriva solo e solamente dall'esperienza concreta (soggettiva). Niente che vada oltre ciò che è visibile. Non c'è nulla che tocchi l'interiorità, la sensibilità, ciò che va oltre il corpo ed i cinque sensi.

A che cosa serve tutto questo discorso? A riflettere sui luoghi comuni. Quante volte ognuno di noi ha imbastito luoghi comuni su persone sconosciute o conosciute, connazionali o stranieri? Tante volte. Quali sono i capisaldi dei nostri discorsi? Gli stessi di Simone Simonini.

Egli di sé dice di non essere razzista. Che cosa gli manca?
Egli crede di conoscere il popolo di cui parla. Ha mai avuto relazioni con uno di loro?

[La citazione del romanzo è riportata nel rispetto delle leggi vigenti sul diritto d'autore (Legge n. 633 del 22 aprile 1941 e succ. mod.).]